mercoledì 29 febbraio 2012

Se la politica (la nostra) non coincide con la vita


Poi arriva un momento in cui qualcosa non ci torna. Non ci torna la stanchezza, che non è la solita, piena, appagata dell'impegno. Non ci torna il nervosismo, che non è la tensione prima di un evento. Non ci torna il vuoto, che niente ha a che fare con il pieno della passione politica.
Spesso si dice che quello che facciamo per gli altri serve anche a noi stessi. È vero. Ma è altrettanto reale che quello che facciamo per noi, per stare bene con noi stessi, serve anche agli altri. Intendendo con questa espressione “gli altri”, la porzione di nostro tempo vitale che dedichiamo all'impegno civile, che sia dentro un partito, in un'associazione, o in una qualsiasi forma di movimento.
Mi sono chiesto cosa allora non collima, e ho trovato una risposta nel modo, nei meccanismi.
La cosa più temibile del capitalismo contro cui tanto ferocemente lottiamo, a ben pensarci, non sono i suoi frutti avvelenati, la disoccupazione, lo sfruttamento, l'inquinamento. Non sono l'oggetto del suo governo del mondo, ma la modalità con cui ne garantisce una costanza perpetuazione nel tempo.
Il capitalismo, così come le religioni nella loro parte più strutturale, quando diventano sistema di repressione, agisce innanzi tutto mediante privazione.
In particolare quello che viene tolto all'essere umano è il rapporto olistico e sensuale (inteso come uso pieno dei sensi) con il mondo che abita.
Il lavoro dettato dal capitale è imposizione di ritmi e tempi disumani, non-allineati alle esigenze del corpo umano. La metropoli e la produzione annullano qualsiasi rapporto con le stagioni, con il necessario ciclo di riposo individuale, con il contatto diretto tra umano e animale. Il lavoro nel sistema neoliberista recide, priva, mutila.
Anche la religione opera attraverso una prima fase di privazione. E lo fa principalmente mediante la proibizione. Dogmi, tabù, precetti. La casta sacerdotale attua una separazione dalla naturalezza carnale e dalla curiosità nei confronti della vita per i credenti comuni.
Privata dai punti di orientamento che la natura e i sensi forniscono, la persona viene svuotata di senso. Provvede quindi il sistema capitalista, o la religione a fornirne uno, totalizzante.
Nel primo caso si tratta della carriera, della costruzione di una famiglia e di uno status sociale di rispettabilità, nel secondo del guadagnarsi la vita ultraterrena.
Mozzato delle radici con la propria natura animale, l'essere umano si affida ad un senso puramente artificiale o quantomeno speculativo.
I ritmi o le proibizioni imposti sono così duri che ogni tanto a qualcuno viene voglia o necessità di cedere. Qui interviene il terzo step, che consiste nel senso di colpa.
Si concentra su un enorme paradosso. Il sistema economico per cui l'unità di produzione umana è appunto un numero insignificante ha il potere di farti credere indispensabile. Dal lavoro non puoi allontanarti un mese. Al solo pensiero ti senti in colpa e sei sicuro che al ritorno gli altri saranno andati avanti, sarai rimasto inesorabilmente indietro. Tagliato fuori. Meglio non rischiare. Del senso di colpa cristiano, sappiamo tutti, essendovi immersi sin dalla prima formazione, quindi non vale la pena dilungarvisi.
Il risultato di privazione,la fabbricazione di senso, e la induzione al senso di colpa costituiscono un sistema di alienazione individuale e globale che ha come meccanismo centrale il depotenziamento della relazione complessa tra noi e l'esistente.
Contro questo lottiamo e ci impegniamo.
Si, ma come?
Spesso l'impegno civile è vissuto come una forma di privazione e di autoesclusione da ampi pezzi di vita altra. Quante volte abbiamo pronunciato, in maniera più o meno compiaciuta: “Da quando faccio politica non ho più amici al di fuori di quella cerchia”?
Più aumenta l'impegno più diminuiscono i piaceri che rendono la vita degna d'essere vissuta: godersi una passeggiata o un pranzo con calma, andare al cinema o ad una mostra, conoscere una persona senza guardare sempre l'orologio, viaggiare per conoscere. Riposare.
Si lavora dopo il lavoro, per preparare un documento o un intervento fino a notte tarda. Si passa da una privazione all'altra. Si lavora un numero di ore impressionante, riproducendo sotto forma di autosfruttamento, lo sfruttamento del nostro corpo che altrove contestiamo.
Quando ormai la nostra sfera privata coincide con la sfera pubblica del nostro impegno, la politica ci viene in soccorso salvandoci da pericolosi vuoti di senso.
La lotta con i compagni, la comunità di resistenti, gli amici dell'associazione, diventano la nostra unica famiglia. E lo fa così potentemente, con la scusa dei buono propositi, che non vediamo quanto sia povera una vita in cui alla molteplicità di sensi si sovrappone un'unica monolitica battaglia.

In casi estremi, ci troviamo e ci identifichiamo in comunità molto chiuse, ben recintate, come l'antifascismo militante di alcuni, per cui chi non fa parte dei nostri, è necessariamente un fascista o un parafascista. Ancora steccati, ancora divisioni, ancora privazioni che in circolo vizioso ci obbligano a ingrossare a dismisura il senso per noi vitale della battaglia che conduciamo.
E anche qui, anche per l'impegno politico, il senso di colpa agisce, eccome. A pensarci bene la forza di un movimento dovrebbe essere proprio quella di procedere al di là delle defezioni – temporanee, parziali, o definitive - dei singoli.
Eppure, non importa cosa ti gridi la vita in quel momento, sottrarti significherebbe non fare la tua parte, rallentare il cambiamento.
A fronte di questo ragionamento, mi chiedo dunque che senso abbia lottare per abbattere un sistema che si basa sugli stessi meccanismi con cui finiamo con l'identificarci durante la lotta.
Se la politica non coincide con la vita, a cosa stiamo sacrificando parte sostanziale dei nostri anni migliori?
Come possiamo affermare un mondo più umano, parlare di decrescita, se noi per primi ci dimentichiamo dei nostri ritmi e delle nostre stagioni interiori per accelerare forsennatamente sulla strada dell'impegno, travolgendo incuranti o inconsapevoli la nostra stessa speranza di vivere già oggi una vita più degna di essere vissuta?
E come pensiamo di leggere adeguatamente il reale, se il mondo per cui e su cui facciamo politica si riduce gradualmente ma inesorabilmente al piccolo recinto di militanti e amici politicamente coscienti e impegnati, oppure avversari e nemici altrettanto politicamente coscienti e impegnati, che per forza di cose e di numeri sono solo una piccola parte della comunità complessa in cui viviamo?
Del punto di rottura e di non ritorno di questo genere di militanza e di come riempirla di ritmi vitali e di respiro animale, mi piacerebbe se ne parlasse di più.

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