giovedì 23 dicembre 2010

La differenza tra un uomo forte e un uomo remissivo

Che differenza c'è tra un uomo remissivo e un uomo forte, entrambi docili e pacifici nei gesti?
Perché a una richiesta gentile ma decisa del primo, la persona interpellata tenderà ad ignorarlo e a volte persino a deriderlo, mentre nel secondo caso, verrà valutata seriamente l'ipotesi avanzata?

La differenza sta nel passato dei due, e non nel presente. L'uomo forte è autorevole. Ed è autorevole perché c'è stato un momento, almeno uno, in cui ha alzato la voce, ha sbattuto i pugni sul tavolo, ha spaventato chi gli aveva fatto un torto.
Nel passato dell'uomo remissivo c'è invece una mortificante sequela di sconfitte accettate a testa bassa, al massimo con qualche lamentela. Cosicché tutti, lui stesso per primo, hanno finito per dare per scontata la sua incapacità sostanziale di reagire e cambiare il suo destino.

L'uomo forte quando chiede una cosa gentilmente può contare sull'eco della tempesta che gli si legge nello sguardo. Di lui tra i presenti si conosce la capacità di ribellione per via diretta o per voci passate di bocca in bocca.
Il mare calmo dei suoi occhi contiene in sé la promessa di burrasca. Così come il mare, anche il mare più placido, contiene in sé l'ipotesi della distruzione cieca e selvaggia.
Così, solo i bambini al primo bagno, che della violenza della tempesta non hanno né memoria diretta né contezza accumulata da racconti e letture, sono gli unici che si avviano verso il mare piatto senza alcuna remora. Pur essendo tra gli umani, gli unici che in quell'istante si avviano davvero verso l'ignoto. I grandi, che del mare sanno la cattiveria, entrano sereni ma con un occhio sempre attento ai figli. Il mare è remissivo per i bimbi, forte per gli adulti che lo rispettano.
Senza l'esplosione di rabbia del 14 dicembre, gli studenti di Roma avrebbero continuato ad essere remissivi e sconfitti. Non avrebbero potuto scegliere, il 22 dicembre, di essere forti e pacifici. 
E di riprendersi così la città.

lunedì 20 dicembre 2010

Anche Dexter vuole le primarie: così Facebook vuole convincere Bersani


La nuova iniziativa del social network. Parlano gli organizzatori della campagna.

Leonardo Masnata
“Anche Dexter vuole le primarie"!
Dopo i cartoons per sostenere la giornata mondiale dei diritti dei minori e la frasi ambigue su dove “ho lasciato la borsa” (vedi "mi piace sul divano") per la campagna di prevenzione del tumore al seno, Facebook si organizza per un altro tema molto sentito in questi giorni.
E stavolta, a sorpresa, è un tema politico, le primarie del centrosinistra.
Centinaia di immagini di personaggi famosi del presente e del passato, dei cartoni animati, della tv commerciale degli anni ‘80, della politica e della letteratura, stanno invadendo le bacheche virtuali degli iscritti italiani di Facebook. Ad accompagnare le immagini una didascalia che assicura come il personaggio in questione “vuole le primarie!”.

La campagna che vuol far cambiare idea a Bersani

Si tratta di una campagna di pressione virale, che punta sul passaparola e sull'originalità, per convincere i partiti del centrosinistra a fare le elezioni primarie per scegliere il candidato a premier alle prossime elezioni, con molta probabilità imminenti.
La campagna “Tutti vogliono le primarie!” è stata lanciata dalla Fabbrica di Nichi Roma (qui il gruppo sul social netwok), ed è una delle azioni che sono nate spontaneamente su internet dopo la dichiarazione del segretario del Pd Pierluigi Bersani, che si è dichiarato disponibile a rinunciare allo strumento delle primarie (previsto dallo statuto del partito) pur di creare una larga alleanza che comprenda il neonato partito Alleanza per la Nazione di Fini e Casini.

“Tutti vogliono le primarie”

La campagna “Tutti vogliono le primarie!” sembra piacere al popolo di Facebook, che si sta sbizzarrendo a postare in bacheca immagini strampalate di “presunti” sostenitori delle primarie.
Dal pupazzo Rockefeller a Jessica Fletcher, passando per i Led Zeppelin e l’Omino Bianco, fino a Docrot House e i ragazzi della Terza C, popolare serie tv di vent'anni fa.
A giudicare dalle scelte, in gran parte provenienti dall'immaginario culturale dei bimbi degli anni 80, molti dei facebookiani che stanno partecipando alla campagna sono trentenni.
E non mancano riferimenti a culture di nicchia, come quella porno qui rappresentata dalla “Gola Profonda” Linda Lovelace, e dalla Pornofemminista american Annie Sprinkle, per finire con la beffarda provocazione dal sapore molto attuale: “Anche Scilipoti, oltre al mutuo e all'agopuntura, vuole le primarie”.

Gli ideatori spiegano com’è nata l’idea

Gli ideatori della campagna spiegano: “L'idea è nata dopo aver appreso che il Pd sarebbe intenzionato a non fare le primarie di centrosinistra e allearsi piuttosto con Casini e Fini. Ci è sembrata una follia. Se c'è un dato evidente anche ai più sprovveduti – dicono dalla Fabbrica di Nichi Roma – è il bisogno di politica che la società civile, soprattutto i giovani, chiede in questi giorni. Un bisogno che fa paio con la frustrazione e la rabbia per non poter condizionare in nessun modo la scelte della classe politica italiana, come ha dimostrato la manifestazione degli studenti dello scorso 14 dicembre a Roma. Le primarie sono il primo e il più diretto strumento per trasformare questa frustrazione in partecipazione politica”.

Le fabbriche di Nichi: ecco chi siamo

Le Fabbriche di Nichi sono gruppi di persone nati in tante città italiane la scorsa primavera, inizialmente per sostenere la candidatura di Nichi Vendola a governatore della Puglia. Dopo la vittoria alle regionali, si sono trasformati in un laboratorio di cittadini che fanno politica sul territorio, con azioni pratiche e simboliche.
Chiaramente tra le motivazioni che hanno spinto la Fabbrica di Nichi Roma a lanciare questa campagna virale su Facebook c'è il sostegno a Vendola come candidato premier alle prossime elezioni. Ma se così tante persone stanno aderendo a questo “gioco”, vuol dire che il tema è molto sentito. Come dimostrano anche gli appelli degli stessi iscritti del Pd che in questi giorni chiedono a Bersani di ripensarci.
“E del resto - commentano gli ideatori della campagna - se anche la mano della Famiglia Addams vuole le primarie, possibile che solo i dirigenti del Partito Democratico non le vogliano?”

pubblicato su ilsalvagente.it

giovedì 9 dicembre 2010

Scusate, ce la facciamo a dire che questo Paese è

MARCIO?!

Si parla di compravendita di deputati attraverso pagamenti di mutui, consulenze da affidare a famigli o prestanome. Nella migliore delle ipotesi si parla di deputati pronti a votare la fiducia in cambio dello sblocco di situazioni spinose a livello amministrativo.

Il tutto passa in qualche trafiletto di giornale, senza creare allarmi né proteste. E poi ci stupiamo del fatto che tutto in Italia sia in vendita (lavoro, voti, presenze televisive, rifiuti, salute, dignità)?

P.S. noi bradipi non siamo inclini alla vibrante protesta, allo sdegno salottiero una tantum, però Mariuolo Chiesa fu arrestato per molto meno e oggi invece la corruttela è stata elevata a best practice..

lunedì 6 dicembre 2010

La quarta puntanta di Bradiponevrotico su Radio Fabbrica è online

  No, no, non c'è un errore nel titolo. Quella che abbiamo messo testè online è propria una "Puntanta". Perché c'è tanta roba. Stavolta abbiamo esagerato con gli argomenti per Bradiponevrotico su Radio Fabbrica: L'Aquila, Monicelli, Wikileaks, Malaconnection, Cgil e lavoro/cetriolo, studenti agitati e soprattutto....VENUS MAZINGA!

Tipo non so...volete sapere entro quando voi precari strapazzati potete far causa al datore di lavoro ingiusto e sfruttatore? 

Ascoltate la Quarta puntata di Bradiponevrotico!

 

Volete sapere alcune sensazioni sulla manifestazione del 20 novembre all'Aquila e in che condizioni abbiamo trovato la zona rossa?

Ascoltate la Quarta puntata di Bradiponevrotico!


Parliamo di mafia e malaconnessioni?

Ascoltate la Quarta puntata di Bradiponevrotico!


 Assange, il fondatore di Wikileaks, è un eroe o un terrorista?

Ascoltate la Quarta puntata di Bradiponevrotico!


Donne che sparano missili dalle tette e blogger vanagloriosi?
Ascoltate la Quarta puntanta di Bradiponevrotico!


Ps.. per scoprire come ascoltare la puntata sul vostro player (così potete mettere in pausa mentre andate in bagno), cliccate qui



giovedì 2 dicembre 2010

Non sembrava novembre quella sera

Il nostro tempo si coniuga soltanto al presente.

Leggiamo le notizie su internet che si aggiornano dopo pochi minuti, rincorriamo l’attualità ed il presente come viatico per la nostra accettazione sociale, in modo da essere aggiornati, informati, “sul pezzo”, poter fare quindi battute ironiche sull’ultimo scaldaletto o sull’ultima dichiarazione del vip, politico e attore poco importa.

In questo rincorrersi di minuzie, di dettagli, in questa lunga sequenza di infinitesimi annulliamo la nostra capacità di analisi, la possibilità quindi di guardare ad un fenomeno con una prospettiva non necessariamente lunga –ché poi la vulgata citazionista rispolvera a sproposito Keynes e il fatto che nel lungo periodo siamo tutti morti- ma almeno provvista di un’analisi consolidata, di dati verificabili e opinioni contrastanti.

Fortunatamente, c’è chi rinuncia a questa forma superficiale di sapere ed informazione e dedica le proprie energie alla costruzione della memoria, in un percorso di approfondimento e di ricostruzione che è tanto lontano dallo spirito dei tempi attuali da risultare ancora più importante.

Uno di questi costruttori di memoria è Stefano Ventura, storico e docente precario (questo sì nello spirito dei tempi), che in questi giorni ha pubblicato per le edizioni Mephite un libro che indaga e ricostruisce il terremoto del 1980, quello che colpì Irpinia e Basilicata, e che ebbe il proprio epicentro proprio nelle vicinanze del suo paese, Teora (AV).

 
«Chi ha vissuto in prima persona la scossa delle 19 e 34 del 23 novembre 1980 ricorda nel dettaglio quell’interminabile minuto e mezzo di onde sussultorie e ondulatorie. Per gli abitanti dei paesi del Cratere, quel brevissimo lasso di tempo ha significato il sovvertimento totale della realtà, uno spartiacque definitivo nelle vite di ciascuno. Non è facile narrare la sofferenza e la dimensione di shock individuale e collettivo di chi visse il terremoto. Quando si prova a raccogliere i ricordi, tutti i racconti che rievocano la domenica del 23 novembre fanno riferimento alla giornata tiepida, serena, cosa che a novembre accadeva poche volte nelle zone interne di Campania e Basilicata. La credenza popolare ha sempre associato la calma dell’aria a un ribollire delle viscere della terra e alla potenza della natura.»

 
Così l’autore (coetaneo del terremoto, solo di qualche mese più vecchio) scrive in un recente articolo su Il Mattino di Napoli che significativamente si intitola «La memoria del terremoto, utile se critica». Perché ricostruire la memoria dei luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi marginali, lontani dalle amplificazioni dei media, non vuol dire offrire una sponda nostalgica, fatta di foto in bianco e nero e di ricordi, a chi recrimina su come è peggiorato il mondo. Vuol dire offrire dati, punti di vista, spunti polemici e soprattutto vuol dire costruire un racconto e un’identità ad una comunità e ad un territorio, senza i quali rimangono solo pietre, strade, usci.

Stefano Ventura,

“Non sembrava novembre quella sera”
Prefazione di Antonello Caporale .
Pagine: 156 - Prezzo: 13
Collana: La storia in provincia
ISBN: 978-88-6320-085-0
Novembre 2010

martedì 30 novembre 2010

Quella doppia gaffe con Monicelli

Qualche giorno fa me ne stavo chissà in quale parte di Roma e mi è venuto in mente Mario Monicelli. Così, all'improvviso, mi sono chiesto se era ancora vivo o se anche lui era morto.
Quando mi sono risposto che no, che era ancora vivo, ho come sentito una sensazione di sollievo. Come un affetto che si prova per quei vecchietti per cui nutri immenso rispetto.
Ieri sera, arriva la notizia che Monicelli si è spento per sua stessa volontà buttandosi dal balcone dell'ospedale San Giovanni di Roma. Aveva 95 anni.
Mi è tornato in mente l'unica volta che ci ho parlato, per una maldestrissima intervista che gli feci, con tanto di gaffe, tanti anni fa. Per la precisione era l'aprile del 2003. Monicelli aveva ancora sette anni di vita davanti a sé, ma non ne sapeva nulla. Era a Siena per presentare un film collettivo di vari autori italiani sul Forum Sociale Europeo di Firenze. Era l'ultimo colpo di coda di un movimento, quello di Genova, penzolante sul baratro del riflusso. Ma nessuno lo sapeva, della nostra morte imminente.
All'epoca io ero uno studente di Scienze della comunicazione, aspirante giornalista che faceva le sue prime interviste per un portale internet, Girodivite.it.
Ero andato al teatro dove Monicelli presentava il documentario con la ferma intenzione di intervistarlo.
Avrei voluto fermarlo alla fine della cerimonia. Ma a metà della serata, il presentatore lo saluta dicendo che il "maestro deve andare via".

Io entro in agitazione, preso dall'imbarazzo del giornalista alle prime armi, non so se lasciarlo in pace o corrergli dietro, poi su consiglio di qualcuno mi forzo e corro all'uscita della platea ad aspettarlo.
Quando lo vedo uscire, vecchietto e minuto, con un paio di persone a lato, mi batte forte il cuore. Gli chiedo "Maestro due domande..." Lui si gira verso me, e già quel modo di girarsi porta addosso un silenzioso quanto disagevole "perchè mi scocci, non vedo che sto andando via?".
Mi guarda seccato, io mi sento piccolo e pronto ad abbandonare il campo senza manco combattere.
 Poi mi dice qualcosa tipo "dai", oppure "dica", che io intendo però "che gran rottura di coglioni sto giovane giornalista aspirante che mi deve fare le solite domande banali che non servono a nulla".
Io comincio a chiedergli di Genova e del G8, lui fa un bel parallelo con l'armata Brancaleone.
Poi dico (che il dio del cinema mi perdoni): "Lei ha raccontato la seconda guerra mondiale con un bellissimo film, La grande guerra..." Monicelli mi fulmina con lo sguardo, ma senza troppo interesse: "Era la prima guerra mondiale..." mi dice. Divento rosso. Con una sola frase ho fatto due gaffe: primo, è evidente che sto parlando di un film che non ho visto. Secondo, la grande guerra è la prima guerra mondiale per definizione. Da 2 in pagella in storia.
Mi correggo con un sorriso da "ahah, ma certo, era un lapsus, capita a volte, no?", e continuo con le domande.
Va via dopo poche manciate di secondi, correndo dietro alla sua vecchiaia da maestro, che lui ha sempre accettato con sprezzo.
Rimango da solo nel foyer del teatro, con queste due sensazioni da gestire. La prima, un'adrenalinica euforia per aver intervistato un monumento per il cinema italiano. Non male come inizio, mi dico. E non posso immaginare che le più belle interviste della mia vita saranno proprio quelle di questo periodo, in cui a scegliere chi e cosa sono io, visto che nessuno ancora mi paga per fare interviste.
E l'altro sentimento, di fastidio, verso Monicelli. "Ma chi cazzo si crede di essere, Dio? un grande non è un vero grande se non è anche umile".
E non avevo capito un cazzo. Come non avevo capito un cazzo di Carmelo Bene, e di altri pochi geni che hanno come unica arma contro la soffocante e ipocrita campana di vetro dello status di "Maestro", la ferocia della verità e dell'onestà.
Un altro, al posto di Monicelli, avrebbe giocato il ruolo della vecchia gloria del passato, bonaria e un po' rincoglionita. Invece, con ammirevole onestà, quella volta Monicelli mi rese evidente che tra lui, quasi novantenne, e me, giovane imberbe, il rincoglionito ero io. Mica lui.

Intervista a Monicelli

lunedì 29 novembre 2010

Ancora uno scoop Wikileaks su Bradiponevrotico

Brad sbuccia i kiwi col culo!

Proprio così, l'ennesimo dossieraggio ai danni del blog svela particolari piccanti sulle abitudini domestiche di Brad.
 L'interessato si difende: "Amo il contatto con la natura, è solo un modo come un altro per conoscere i frutti di stagione". E attacca. "Questa è roba da Vernacoliere, siamo alla Pasquetta della blogosfera".

Wikileaks: scalpore su bradiponevrotico

Cipputi è di destra, anzi di Comunione e Liberazione!
Contattato dal NYT risponde: "perchè le figlie di maria, sono le prime a darla via!". Governo in imbarazzo. Frattini: allora mi iscrivo ai terroristi. Calano le borse.

giovedì 18 novembre 2010

Noi siamo lo specchio

MERCOLEDI’ 24 NOVEMBRE / ORE 20

NOI SIAMO LO SPECCHIO.
Tre scrittori
una generazione
un nuovo immaginario

Incontro con
Nicola Lagioia
Christian Raimo
Caterina Venturini

Nel corso della serata saranno letti
brani degli autori presenti

Una generazione svezzata da Drive-in e i videogames, che ha visto esplodere l'Italia della Lega e del Berlusconismo insieme alle prime pulsioni adolescenziale. Una generazione che ha scoperto il vero volto del potere a Genova, a due passi dalla prima zona rossa. Una generazione che ha subito per un decennio l'incubo del precariato come marchio esistenziale, in silenzio, ognuno per conto proprio. È la generazione delle ragazze e dei ragazzi nati tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli 80, che prova ora a rialzare la testa. A partire dal bisogno di raccontarsi. Auto-rappresentarsi, attraverso un immaginario sincero e vissuto, per non continuare a subire il vocabolario e le priorità di un paese per vecchi. daSud ne discute con tre scrittori rappresentativi della Generazione 30, che si confrontano con il posto che questa generazione ha e vuole avere nell'Italia di oggi.

Spazio daSud / Via Gentile da Mogliano 168/170 (Quartiere Pigneto) / Roma
www.dasud.it / info@dasud.it / tel. 06.83603427

mercoledì 17 novembre 2010

5 precisazioni vaginali

In quanto unica proprietaria esclusiva di vagina fra le firme del blog mi sento in dovere di intervenire dopo l'ultimo appuntamento su Radio Fabbrica. Avverto la necessità di precisare alcuni punti in un contesto di coinvolgimento di vagina.

1. Speravo fosse ormai chiaro che le donne adottano improbabili strategie, delle quali a volte non vogliono essere consapevoli. “Non me l’aspettavo” è una di queste. Traduzione: “lo sapevo stupido troglodita che, al di là delle finte conversazioni interessate e le uscite a cena, avresti voluto posare il tuo zampino” , si apriranno due porte: rifiutare con gentilezza o cavalcare l’onda a seconda del momento storico di carestia. Allo stesso tempo quest’espressione rappresenta la difficoltà di ammettere che siamo entusiaste e lusingate di un eventuale apprezzamento seppur scaturito da un paio di bradipi. Abbiamo paura della nostra condizione di potere, del potere della vagina, sappiamo di averlo ma non vogliamo essere consapevoli di utilizzarlo. Sommando poi la ristrettezza mentale del bradipo medio, esce un pappone improponibile di incomprensioni e fraintendimenti.
2. La vestizione è un momento importante per le femmine ( e qualunque donna dica il contrario non è onesta), ognuno lo fa a modo suo, con i suoi tempi e le sue priorità, ma una volta profumate e impittulisciate, tutte vi proporranno la solfa della preparazione in soli 5 minuti. Noi, emancipate, imperdonabilmente sognatrici proprietarie di vagina, pensiamo ancora che ogni particolare possa fare la differenza e possa attrarre l’attenzione di lui. Ognuna ha la sua fissa: Martina sceglie le borse, io casco sempre sulla matita degli occhi. Per curiosità ve ne siete mai accorti?

3. Gli accessori maschili sono importanti, ne esistono di soggettivi e di universali. Ovviamente occorre mantenere il decoro pubblico e utilizzare sempre abbigliamento casual: no divise da lavoro, qualunque esse siano. Noi, menti più evolute, ci soffermiamo più che sull’accessorio su alcune caratteristiche fisiche che possano poi ricondurci al tutto. Ad esempio una mia amica sosteneva, ed io ho sposato la teoria, che gli uomini che muovono bene le labbra hanno anche altre doti. Altra teoria riguarda la stretta di mano, quella classica romantica che si effettua nel tragitto fino al luogo destinato all’intrattenimento. Se le dita s’incrociano è un ottimo segnale di cui fidarsi per il post. Ci tengo a sottolineare che queste teorie sono state confermate da dati empirici.
4. Se una donna si veste con lo stivale sul jeans non te la vuole dare: sfilare uno stivale incastrato dal jeans e dalla calza è un’operazione maldestra, non la consiglio a nessuna. Se è capitato, è perché la soggetta in questione aveva irrimediabilmente bisogno di intrattenersi. E poi c’è tutta quella fascia femminile degna di assoluto rispetto che usa il gambaletto sotto lo stivale, tra cui la scrivente. Il segno del gambaletto sul polpaccio non perdona!

5. Se una femmina è sicura degli accadimenti metterà un completino adeguato, sia esso spaiato che non. In caso contrario l’unica ragione è un fatto di scaramanzia, perché cari bradipi, non succede solo a voi di andare in bianco! Infatti sulla vestizione ci sono varie scuole di pensiero. Io la pratico, perché in qualche modo ogni piccolo passo della vestizione rappresenta un tassello in più alla mia autostima. Perché noi portatrici sane di vagina siamo fatte così, purtroppo.

Video consigliati: 

lunedì 15 novembre 2010

Bradipoerotico! Check it out su Radio Fabbrica!

"Check it out!", come dicono i migliori veejay delle televisioni ggiovani.
che poi che significa sta frase non s'è mai capito.
In ogni caso, per la terza puntata di bradiponevrotico su Radio Fabbrica abbiamo assoldato una Vj tanto brava quanto improvvisata: Martina, che ci ha lanciato il programma e poi si è messa la casacca dell'opinionista.
Con noi ha infatti partecipato a un interessante dibattito sugli approcci uomo-donna, e sugli accessori erogeni dei primi appuntamenti (con outing di tutto rispetto). senza contare le gustose storie dall'universo Fava!
Non siamo impazziti, solo che la puntata in onda contiene lo speciale Bradipoerotico.
Bradipoerotico è il primo appuntamento di una trilogia che conterrà anche bradiporno e bradipo sentimentale che ci accompagnerà nelle prossime settimane, alternata alle puntate classiche della trasmissione in cui si parlerà della crisi politica, delle primarie attuali e future, del collegato lavoro, di città vivibile e soprattutto di varie ed eventuali.
 Ma in questa puntata abbiamo parlato anche di politica, con previsioni sulla tenuta del governo traballante e con proposte per 4 nuovi candidati superlativi al governo del paese.
Che altro dire? Ottima musica con Daniele Silvestri, Marta sui tubi, Amy Winehouse, La crus, Gianna Nannini, Cordepazze e altro ancora...

Chiudiamo con un prezioso suggerimento: per ascoltare su spreaker le trasmissioni di radio fabbrica senza l’assillo di dover ricominciare ogni volta l’ascolto della trasmissione dall’inizio, seguite le indicazioni della figura qui sotto, ascoltando il file con il vostro media player.



Dunque... check it out!

Ascolta la terza puntata di Bradiponevrotico su Radio Fabbrica

martedì 9 novembre 2010

A cosa siamo disposti, giovani?

Nei giorni scorsi sono circolati su internet, su facebook, sulla bacheche delle facoltà, sui muri delle città, insomma in tutti quei posti tipici di una campagna “virale”, degli strani annunci lavorativi che riportavano la scritta “Giovani disposti a tutto”, che avevano più o meno questo tenore:

«Gruppo finanziario cerca laureati con MBA disposti a fare il caffè e dog-sitting al proprio Capo».

Dopo qualche giorno e molta curiosità è apparso su quegli stessi annunci un cambiamento sostanziale del messaggio, perché il claim della campagna è diventato «Giovani NON + disposti a tutto».
Sicuramente una provocazione stimolante che prima o poi rivelerà la propria natura e i propri ideatori. Utile per qualche riflessione sul tema.

Negli ultimi anni siamo stati osservatori quasi-impotenti della vessazione di una generazione che, attraverso l’atomizzazione degli interessi lavorativi (di sopravvivenza morale e materiale, si potrebbe dire) ha portato all’estrema precarizzazione del lavoro, alla triste situazione di vedere contrapposte persone in una competizione animale, non basata sul valore del proprio lavoro bensì sulla disponibilità totale nei confronti dell’azienda o del datore di lavoro.

Io non sono pregiudizialmente contrario ai contratti atipici, ovvero non odio le leggi Treu e Biagi e non le considero l’origine del male, purché siano una modalità di entrata in azienda non un un continuo salto da un’azienda all’altra, in un vessatorio gioco dell’oca che spinge a ricominciare sempre da capo, senza avanzare nella professione. In questo modo si è depressa una generazione, affranta dall’impossibilità di immaginare un futuro con un minino di serenità e di aspettative sui propri diritti.

Ci sono degli aspetti punitivi nell’attuale sistema che vanno rimossi. Qualche giorno fa, parlando con una mia amica che si occupa di lavoro, sono venuto a sapere che i contributi previdenziali accumulati con i contratti atipici (la c.d. “gestione separata”) hanno valore solo se sono continuativi per un certo numero di anni (3 o 5 non ricordo), altrimenti non sono pienamente esigibili nel calcolo della pensione con il sistema “contributivo”. Se sei precario per due anni e poi ti stabilizzi, quei soldi è come se non li avessi versati. Da rimanere a bocca aperta.

Mi sono subito chiesto che fine facciano quei soldi. Finiranno nel calderone dell’INPS, probabilmente per pagare le attuali pensioni, quelle calcolate col sistema “retributivo”. Se così fosse ci troveremmo di fronte ad una situazione in cui tutti si giovano del lavoro precario: le aziende che hanno maggiori margini di flessibilità e non hanno praticamente obblighi nei confronti dei precari; gli enti previdenziali che ricevono il flusso corrente di questi contributi; i lavoratori stabili che si giovano del fatto che ci sia una serie B del lavoro da utilizzare come cuscinetto anti crisi. Tutti, tranne quelle persone che hanno un lavoro precario e che, come l’ortolano alle prese col cetriolo, se lo prendo immancabilmente nel c**o.

È evidente che una società non può punire in questo modo una così larga parte di popolazione, concentrata sulle generazioni più giovani. È uno scandalo, siamo tutti d’accordo.

Ma non basta essere tutti d’accordo. Per questo mi pongo un problema, di carattere intergenerazionale, partendo dalla questione dei contributi atipici.

Se questi contributi vanno all’INPS verosimilmente per pagare una (piccola?) parte delle pensioni attuali, ci troviamo di fronte al paradosso per cui i giovani regalano dei soldi ai propri nonni che ritornano loro sotto forma di regalo natalizio al nipote “che non riesce a sistemarsi”.

Riuscite a immaginare qualcosa di più fastidiosamente paternalistico?

E allora se le cose si dovessero mettere nei termini di una contrapposizione tra le risorse del welfare destinate alle nonne, ai nonni o ai genitori e quelle destinate ai figli (la maturità è anche ammettere che le risorse sono scarse), fino a che punto siamo disposti a lottare? Fino a che punto quindi siamo pronti a rinunciare all’unanimismo delle richieste fatte da giovani, vecchi, impiegati pubblici e impiegati privati, ricercatori e professori, tronisti e premi oscar?

http://www.nonpiu.it/

mercoledì 3 novembre 2010

Marchette d'autunno (del patriarca)

Lo so, la citazione de L’autunno del Patriarca di G.G.Marquez è fin troppo semplice in relazione alle ultime vicende che interessano Berlusconi e tutta l’Italia. Banale.

Ma uno si rivende le citazioni che ha – e che diamine! – e io ho già utilizzato il libro più contorto del colombiano per la mia tesi di laurea, con buon successo di pubblico e critica.

Pensate per esempio a Nadia, la escort palermitana che in questi giorni contende la ribalta mediatica a Ruby Rubacuori e Barack Obama, che in un’intervista a Repubblica ha ricostruito in questo modo un colloquio con il pres.delcons. presso villa San Martino ad Arcore:

«Racconta Nadia Macrì che il presidente restò male per una sua battuta. "Mi chiese, "cosa fa lei nella vita?". Gli risposi: "Presidente, cosa vuole che faccio, le marchette". Allora lui fece uscire l'altra ragazza e mi riprese: "Questo lei non deve dirlo".»
La sincera naturalezza con cui Nadia risponde a B. è degna di una grande commedia, di uno scambio di battute tra Monica Vitti e Alberto Sordi o tra Uma Thurman e John Travolta.
Silvio si risente perché questa risposta svela il trucco su cui si fonda la serata festeggiante, i cui ospiti sarebbero da un lato imprenditori, notai, giornalisti, politici e dall’altro studentesse laureande, igieniste, showgirl e rappresentanti della Avon (la Tupperware è roba da tardone).
Che non si dica che alla festa c’erano le mignotte ad allietare l’autunno di tutti quei patriarchi, men che meno del principale Patriarca! Non sia mai!
Certo al presidente piacciono le belle donne ma solo per filantropia.

E mi tornano in mente le parole dello psichiatra Luigi Cancrini che ieri a RaiNews24 parlava con pietà di un completo distacco dalla realtà per l’uomo Berlusconi, spaventato dalla perdita del potere come dalla perdita della madre e della moglie, e rassicurato solo dalla fiction di cui è protagonista.

E allora mi viene in mente il Patriarca nel suo autunno di Gabo Marquez che dal cortile del suo palazzo presidenziale seduce e circuisce – col fascino del potere o la personale gagliardìa - delle ragazzette della scuola dirimpettaia, per poi scoprire in un lampo di lucidità che è tutta una messa in scena; che quelle studentesse altro non sono che puttane pagate dalla sua corte (staff si direbbe oggi) per assecondarne le pulsioni senili.


E nell’allucinato racconto, nella sua malinconica fine, gli yankee si portano via il mare, con tutto quello che c’era dentro, il mar dei caraibi trasportato in tante casse di legno.

domenica 31 ottobre 2010

Schizofrenia e desideri, La società dei consumati

ATTENZIONE: Post serioso (ma interessante)

Leggo un'interessantissima riflessione di Christian Raimo sull'introiezione del conflitto. In questa riflessione, Raimo sostiene (scusate se brutalizzo), che la schizofrenia è il male del tempo, perché rappresenta in pieno il rapporto alienante tra individuo e precarietà esistenziale e lavorativa di questi anni.
A me ha fatto venire in mente un'altra cosa, complementare se vogliamo.
Quasi una decina di anni fa, lessi su Repubblica un articolone di Umberto Garimberti su depressione e schizofreni dal punto di vista sociale. La tesi, molto convincente, era la seguente:
Negli anni sessanta, fino all'epoca della contestazione, la patologia psicologica del tempo era stata la schizofrenia. Questo perché in una società totalmente ingessata dalla repressione dei costumi, applicata dalla famiglia con mandato della Chiesa, i giovani stimolati dalle sirene del boom economico e delle miriadi di possibilità che si aprivano davanti ai loro occhi, subivano una scissione alienante tra desiderio e prigionia del reale.
Alcuni bellissimi film dell'epoca, come “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio e “Diario di una schizofrenica” di Liliana Cavani, fotografarono quel lacerante contrasto. Sostiene Garimberti che con l'avvento dell'epoca matura del consumismo, gli anni Ottanta e Novanta, il male dell'epoca sono diventate l'ansia e la depressione. Senza addentrarsi in sfumature sintomalogiche, entrambi hanno la stessa radice di inadeguatezza al reale. Ma rispetto alla schizofrenia, si tratta di un'inadeguatezza di segno inverso. Lo smarrimento del giovane degli anni 2000 (attenzione, ho detto duemila, non duemiladieci), deriva non dalla mancanza di possibilità, ma dall'eccessiva disponibilità di strade percorribili. Nella società dei consumi, al suo stadio di picco, l'individuo viene messo simbolicamente al centro di un'enorme spazio da cui si dipanano mille strade, ognuna percorribile, ognuna foriera di successi e appagamenti massimi.
Di fronte a tanta abbondanza di alternative, il ragazzo o la ragazza si sentono totalmente inadeguati, abbandonati di fronte a una scelta troppo gravosa per le loro forze. La reazione, a gradazioni diverse è la preoccupazione ansiogena o la resa depressiva.
E fino a qui, abbiamo fatto un bel riassuntino di Galimberti.
Poi, un pomeriggio uggioso di un anno fa circa, stavo sul motorino a riflettere su queste cose e a cercare di quadrare il cerchio di sensazioni discordanti con la teoria di Galimberti. Avevo l'impressione che la schizofrenia stava riprendendo quota nel borsino delle patologie sociali, rispetto all'ansia/depressione. Si, ma perché? Come era possibile visto che stavamo nella società delle mille possibilità e non in quella della repressione degli istinti del dopoguerra?
Un'idea me la sono fatta, e trovo conferma in più di una riflessione con cui mi sono confrontato in seguito, tra cui quella recente di Raimo.
Il concetto è seguente: la società dei consumi, superato il picco massimo, ed entrata in uno stadio successivo di decadenza, come è oggi, fa un repentino cambio di segno dal punto di vista della reazione psicosociale.
Il consumo, il godimento, la libertà sessuale, l'essere se stessi, l'indipendenza da tutto e da tutti, la sterminata miriade di possibilità (“L'orrore, l'orrore!” Direbbe a questo punto il capitano Kurtz) spinte alla massima velocità, si tramutano in una prigione.
Nessuno è più libero di non essere parte di questo sistema dell'estrema (fittizia) libertà.
Adesso il ragazzo o la ragazza non si trovano più al centro di uno spazio aperto da cui si dipanano infinite strade. Adesso il soggetto è al centro di un panopticon, in cui le sentinelle sono sostituite dai desideri.
Una prigione di desideri. E qui la mia idea è rafforzata dal confronto con quanto sostiene Franco Bifo Berardi rispetto al mutamento di segno del desidero oggi. Bifo cita la forza di liberazione rappresentata dal desiderio negli anni 70 (come teorizzato da Deleuze e Guattari) per poi passare all'oggi:
“Nel frattempo ci siamo resi conto che il desiderio può anche essere una trappola, il desiderio è un campo, non una forza. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un processo di questo genere, invece di essere espressione di una soggettività che si afferma, che si espande, che si rende più solidale, più forte, diventa un flusso che penetra nel campo sociale e che lo inquina, che lo trasforma nel contrario del desiderio medesimo, e si trasforma in desiderio di morte. La pubblicità è questo essenzialmente... ci convince nel fatto che ciascuno di noi è in competizione con l'altro, che la ricchezza consista nell'avere di più, ci induce a diventare gli assassini di noi stessi, trappole per noi stessi. Perché in realtà la ricchezza non ha nulla a che fare con l'avere. La ricchezza è la capacità di essere nel tempo, è la capacità di godere del tempo, di godere del nostro corpo e del corpo dell'altro. Noi dovremmo sapere che sono la nostra intelligenza e la nostra solidarietà che unite possono darci tutto ciò di cui noi abbiamo bisogno”.
Ecco fatto, senza volerlo, mettendo insieme Ramo, Galiberti, e Bifo, vi ho dato una possibile posologia per uscire dalla schizofrenia del duemiladieci.
E tutto questo perdendo un'ora di tempo della mia preziosissima domenica.
Ok ok, mi offrirete una birra per ringraziarmi.

venerdì 22 ottobre 2010

ESCLUSIVO! Intervista all'architetto che fa i plastici di Porta a Porta

Ucciu Aloisi


All’età di 82 anni, nella sua Cutrofiano (Le) è morto Ucciu Aloisi, cantante popolare salentino.

Personaggio di grande interesse per due motivi: innanzitutto, perché naturale interprete della tradizione musicale popolare salentina; secondo, perché umanamente dava a vedere (io l’ho sempre visto in concerto mai da vicino) di essere un personaggio tosto, difficile da gestire. Diciamo pure un gran rompicoglioni.

Però la sua autenticità è fuor di dubbio. Colpito quasi per caso dalle luci della ribalta grazie all’improvvisa celebrità della musica popolare salentina ne è stato un grande protagonista ma anche un feroce critico.
Settant’anni di musica gli erano passati addosso caratterizzati dai suoi stornelli, dalle canzoni dialettali, dalle canzoni di Tito Schipa e solo marginalmente dalla pizzica. Quindi un personaggio controtendenza rispetto alla moda dei pizzichi d’amore e di disperazione. Anche perché la pizzica aveva –nella sua concezione originale- una sua collocazione specifica, legata ai riti del tarantismo, alle celebrazioni coreutico-musicali descritte da Ernesto De Martino nel suo celebre studio “La Terra del Rimorso”.

Ucciu Aloisi aveva il fiuto per gli affari e si prestava anche ad eseguire i pezzi di pizzica tanto alla moda ma usava dire «la pizzica, poi n'altra pizzica, ancora na' pizzica e la gente se rumpe li cujuni». Mentre lui voleva eseguire i canti di lavoro, gli stornelli sconci e la bellissima “Quannu te llai la facce alla matina” di Tito Schipa, canzone splendida che cantava sempre mia nonna Angiulina. Sempre insieme a Domenico Riso e al gruppo “Robba te Smuju” e sempre con l’inconfondibile voce dalle tonalità distorte e che negli ultimi era diventata – ad essere sincero – quasi incomprensibile. Anche perché Ucciu Aloisi non era il tipo che poteva indossare una dentiera, impegnato com’era tra il lavoro in campagna e le tournée nazionali ed internazionali.

Una sera di qualche anno fa un’amica avellinese di un’amica di bradiponevrotico, partita appositamente da Roma in direzione Cutrofiano nel Salento per intervistare il maestro Uccio e farne il gioiello della propria tesi, si sentì dire più o meno così: «A mie nun me futte nu cazzu te la pizzica. La fazzu sulamente perché me la dummandanu».

Un personaggio difficile da gestire, impossibile da far smettere di cantare quando si trovava sul palco di fronte ad un pubblico che, a prescindere dalle sue prestazioni, gli tributava ovazioni da rockstar. Le cronache dicono che abbia mandato apertamente affanculu il maestro Mauro Pagani durante un’edizione de “La Notte della Taranta”, perché gli chiedeva di concludere la sua esibizione.


Mi immagino la scena:
Pagani: «Maestro Uccio per favore basta, dobbiamo andare avanti con lo spettacolo!»
Ucciu Aloisi: «A cine basta, a mie? Ma ci cazzu sinti tie, ah?!»
Pagani: «Io sono il Maestro Concertatore!»
Ucciu Aloisi: «Ane affanculu ah, tie e sti quattru cujuni ca zumpanu!»

Bradiponevrotico su RadioFabbrica: Buona la seconda!

E finalmente i vostri bradipi sfornano la seconda puntata della loro omonima trasmissione su Radio Fabbrica. Dopo i problemi tecnici che hanno funestato la prima, torniamo con più maestria che mai.
Solo per farvi divertire e riflettere allo stesso tempo (proprio come Lorenzo Giovannotti).
Nella nuova puntata troverete le nostre discettazioni sulla manifestazione della Fiom a cui abbiamo partecipato, su Comizi d'Amore (l'incontro della Fabbrica su Vendola) e su come siamo riusciti a intervistare Nichi, sulla censura in Rai, e.... in questa puntata c'è persino lo scoop!
Siamo riusciti a intervistare uno degli architetti che fa i plastici di Porta a Porta.
Sensazionale.

Senza parlare delle buona musica: Hole, Rage against the machine, Bregovic, Teatro degli Orrori, De André e tanti altri...

Ascoltateci!!

Qui la PUNTATA

lunedì 18 ottobre 2010

Laceranti Dubbi (ovvero manifestazione sì, manifestazione no)

Sabato sono andato in piazza, alla manifestazione della Fiom-Cgil. Avevo molti dubbi ma ci sono andato.
Nei mesi scorsi, leggendo degli accordi di Pomigliano e della vertenza che li ha determinati, mi sono chiesto più volte quali tra le parti in causa – la Fiat, i sindacati sottoscriventi o quelli protestanti - avesse ragione.
L’istinto mi portava a solidarizzare con gli operai. Ma quali? Quelli che l’accordo lo hanno sottoscritto o quelli che manifestano? E poi, non ho mai avuto simpatie per chi, analizzando una vertenza di questo genere, mostri di non considerare in nessun modo le ragioni dell’impresa, della loro efficienza, della necessità che hanno di competere sul mercato.
Nel caso di Pomigliano, ad esempio, come si può non vedere il problema di efficienza che avviluppa uno stabilimento che ha percentuali di assenze per malattia significativamente più alte di altri stabilimenti? E come si può ignorare che il costo per Fiat di mantenere un simile stabilimento è aggravato dalla consapevolezza che produrre in un altro paese (si è parlato di Polonia o Serbia) porterebbe ad un abbattimento dei costi del lavoro notevole?
Certo, un’azienda di tale rilievo non può fuggire all’improvviso, soprattutto se si parla di un’azienda negli anni ripetutamente aiutata dalla collettività, dallo Stato, attraverso le barriere all’entrata per i concorrenti esteri, gli incentivi all’acquisto di auto e attraverso vendite concordate di aziende dall’IRI (Alfa Romeo) nella logica dell’interesse nazionale.
Poi ci ha pensato Fiat a risolvere il mio dubbio, inserendo nella vicenda quelle forzature - quali le limitazioni arbitrarie alle assenze per malattia, il rigetto unilaterale del contratto collettivo nazionale del 2008 – che mi hanno indotto a pensare che al di la della vertenza sindacale, del futuro di quello stabilimento, ci fosse una logica ben precisa nella strategia dell’azienda italo-americana (anche questa dimensione geopolitica va presa in considerazione dopo la fusione con Chrysler).
Una logica che punta a forzare la situazione in Italia, rappresentando la vicenda di  Pomigliano come uno scontro tra modernità e anticaglia operaista novecentesca, per avere una giustificazione per andare via dal paese, senza responsabilità, anzi con l’appoggio del governo e dell’opinione pubblica.

Mi decido quindi a partecipare insieme con la Fabbrica di Nichi alla manifestazione, puntando attraverso loro a evidenziare non solo la condizione di chi vede minacciati i propri diritti (gli operai) ma anche di chi quei diritti non li ha (lavoratrici/tori atipici, precari in gergo) e forse non li avrà mai. Per di più, facendolo con una certa leggerezza, con i risciò al corteo, le interviste, la trovata delle fantapensioni per i precari. (nella foto accanto un giovane e capelluto e anonimo partecipante)
Alla fine della manifestazione, che a tratti appare nostalgica e sicuramente piuttosto incazzata, sono contento del lavoro che abbiamo fatto. Continuo a preferire di gran lunga Epifani a Landini, la logica non corporativa (almeno nelle parole) della CGIL ad un certo settarismo della FIOM ma sono contento di non esser rimasto a casa.

Happy end? Riconciliato col mondo sindacale? Manco a dirlo...


Oggi leggo un piccolo articoletto che riguarda l’accordo tra Unicredit e sindacati relativo ai 4700 esuberi previsti dalla riorganizzazione della banca. A prima vista tutto sembra normale: una prima parte degli esuberi sarà composta dalle uscite volontarie; poi si comincerà con coloro che hanno più di quarant’anni di contributi (che ci faranno ancora a lavoro?!). Bene, bravi.
Poi gli aspetti positivi dell’accordo, il frutto dolciastro che in una mediazione serve a far ingoiare la pillola, ovvero:
  «[…] la stabilizzazione a tempo indeterminato di 1.700 apprendisti e l'assunzione di 1.121 giovani. È stato ottenuto anche l'impegno dell'azienda a privilegiare le assunzioni dei figli dei dipendenti, con due vincoli legati alla laurea e alla conoscenza della lingua inglese. Unicredit non ha invece accettato l'idea di un’assunzione automatica dei figli dei propri dipendenti destinati al prepensionamento.»
Esattamente come nelle caste indiane: diventi bancario se sei figlio di bancario.

Mi cadono le braccia, non so cosa aggiungere e mi distraggo con le foto osè di corriere.it

venerdì 1 ottobre 2010

Bradiponevrotico su RadioFabbrica: comincia il countdown

C’è agitazione in bradiponevrotico in attesa della prima diretta su RadioFabbrica.
Ma procediamo per ordine.

RadioFabbrica è una webradio nata da un’idea della Fabbrica di Nichi Roma di cui sia bradipo sia cipputi fanno parte.

Appena si è diffusa la notizia di questo blog più di qualcuno è andato a leggerlo per poi dichiarare gioiosamente:
«Bello il blog. Scrivete un sacco di cazzate, perché non farne un programma radiofonico?»

Inutile dire che abbiamo accettato la sfida, studiando la piattaforma e attrezzandoci con microfoni e cuffie professionalissime (15 € di spesa complessiva).


Domani, sabato 2 ottobre alle ore 15, la prima diretta. Si parlerà anche di voi, dei nostri 15 lettori oltre che del mondo, della società, della politica e delle cazzate (con evidenti sovrapposizioni) visti attraverso lo sguardo di bradipo e cipputi ma anche di lucyinthesky e polemicacone, di mario fava e dei tanti ospiti e opinionisti e ballerine di lap-dance a domicilio.

Non vediamo l’ora di cominciare

mercoledì 22 settembre 2010

Il cartello della prostata

Metti un domenica sera nel granducato di RomaNord.
Capita di assistere a scene come quelle che vedete nell’immagine: tavolo pieno di carte, le sedie piene di codici, delle bottiglie di gazzosa sgasata e il thermos del caffè. Ovvero l’habitat ripreso dal vero di due aspiranti avvocati, alle prese con l’esame per l’iscrizione all’Ordine.
Vite azzerate per mesi, per anni in alcuni casi, durante i quali bisogna studiare, aspettare i risultati dello scritto, studiare per l’orale o ri-studiare per lo scritto (sia nel caso di bocciatura sia nell’incertezza del risultato della precedente sessione).
E perché?
Perché una élite di anziani con la prostata in fiamme si arroga la facoltà di valutare generazioni intere, decidendo sulle loro teste quanti per l’anno in corso dovranno essere i nuovi giuristi ammessi nel foro, principalmente in base alle esigenze dei loro Studi e alla necessità di mantenere cospicua la loro rendita.
Nella teoria economica si chiamano “cartelli” e solitamente vengono contrastati dalle leggi che tutelano la concorrenza, almeno nei paesi civili. Non così da noi.
In Italia questi cartelli prosperano rigogliosi e opulenti, avvantaggiandosi di una cultura corporativa che ha radici antiche: ci sono gli avvocati, i notai, i farmacisti, i commercialisti che ti impongono praticantati umilianti, fatti di anni di sfruttamento a costo zero, ben al di sotto della soglia di povertà. E poi ci sono gli esami, il regno dell’opacità, durante i quali si ha la percezione chiara che essere preparati aiuta ma probabilmente non basta.
Tutto questo per entrare nella corporazione, fregiarsi del titolo e perpetuare il sistema di selezione di fatto per censo, con l’animo ormai guastato dalle sofferenze.
L’obiezione più frequente - nel caso delle professioni forensi - è che “ci sono troppi aspiranti avvocati bisogna garantire la qualità, la professionalità”. Ci vorrebbe lo sputo di un operaio dell’Italsider di Taranto per commentare tale obiezione, in modo da far riecheggiare il suono metallico del catarro.
Non sarebbe forse meglio far selezionare al mercato (sì, ho detto al mercato) tali figure, dopo un periodo di prova/inserimento piuttosto che farlo selezionare ad una classe di autorevoli avvocati in pieno conflitto di interessi?
Non sarebbe forse più efficiente rendere possibile l’apertura di una farmacia a chiunque ne abbia le competenze, gli studi, piuttosto che limitare il campo di fatto a figli o nipoti di farmacisti attraverso le licenze bloccate?

Torneremo sicuramente su questi temi. Nel frattempo un’ultima considerazione.
Giudizi disastrosi sono stati dati della generazione cui appartengo, cui appartengono tutti coloro scrivono su bradiponevrotico; della generazione cresciuta tra gli anni ’80 e gli anni ’90, tra l’infanzia spensierata dei pomeriggi con bim bum bam e holly e benji e il tifone politico-giudiziario di tangentopoli, di falcone e borsellino, di berlusconi-contro-tutti, dell’ammutinamento dell’ulivo, di avanzi-tunnel-guzzanti e dandini varie.
Siamo stati dipinti come disincantati ed irrilevanti, pacifisti per moda ed individualisti per vocazione. C’è molto di vero in tutto questo ma non penso ci sia molto da imparare dalle generazioni più prossime a noi. Anzi. Prima che la nostra generazione venga rottamata o definitivamente messa da parte c’è bisogno di un atto di forza, di una discontinuità: vietiamo/sabotiamo i medicinali per la prostata.

venerdì 17 settembre 2010

L'Utopia sociale dell'amore (o del perché i nostri amori durano quanto uno yogurt)

Perchè i nostri amori, intendo soprattutto nostri di noi trentenni, durano il tempo di uno yogurt?
Per colpa dell'utopia sociale dell'amore. Ora mi travesto da Francesco Alberoni e vi spiego.
Presupposto di questa teoria è che l'uomo ha bisogno di un'utopia per vivere. E questo volendo non è neanche un concetto tanto originale. L'uomo ha bisogno di un sogno bello, perfetto e irraggiungibile per dare una tensione costante alla propria esistenza, e non doversi trovare in ultima analisi faccia a faccia con l'enorme pagliacciata che è la vita stessa.
Fino a qualche decennio fa, prendiamo ad esempio il dopo guerra italiano, le utopie che andavano per la maggiore in società erano il comunismo e la religione.
Dunque, sacrificata la più grossa fetta della propria tensione all'inseguimento di queste utopie, al rispetto delle loro ferree regole, negli altri ambiti uomini e donne erano molto più pratici.
Anche in amore. Tu mi piaci, io ti piaccio, stiamo bene... stiamo assieme.
Poi è successo che come utopie sociali, il comunismo si è suicidato contro un palo, e la religione ha perso molto ma molto terreno.
E' rimasta allora a quei tempi (parliamo degli anni Ottanta) solo l'utopia sociale dell'arricchimento, o del denaro.
Babbo capitalismo ci ha regalato l'utopia migliore, la più adatta l'uomo. Perché tra tutte è l'unica che non può realmente essere compiuta. C'è sempre un uomo più ricco di te. E anche se arrivassi ad essere tu il più ricco del mondo, potresti sfidare te stesso a superarti. E se anche ti venisse a noia la sfida con te stesso, comunque saresti solo uno su sei miliardi a non poter godere dell'utopia del denaro, e che il cielo avesse pietà del tuo inferno.
Ma cos'è successo con il dilagare dell'utopia del denaro? Per farsi più perfetta, l'utopia si è vestita di sogni immateriali. Per raggiungere anche le fasce sociali lontane dallo spettro del consumismo, l'utopia del denaro ha cominciato a parlare di felicità, e di amore. Confondendo carte di credito e mutui in banca con emozioni e slanci, ci siamo convinti che la nostra felicità avesse a che vedere con l'accumulo. E che in qualche modo anche l'amore dipendesse da esso.
Poi, pochi anni fa, anche l'utopia del denaro ha cominciato a scricchiolare insieme al mito del capitalismo. C'è rimasta però, come facciata di scena di Cinecittà, l'utopia dell'amore, senza più la struttura dell'utopia del denaro alle spalle.
Dunque, stracciate o rovinate a terra le altre utopie dominanti, viviamo oggi l'utopia sociale dell'amore (che potremmo chiamare in senso estensivo “della felicità”). Cioè che ci rende vivi e tesi, che non ci lascia impazzire di fronte all'altrimenti evidente caos della vita, è la speranza di vedere realizzato un giorno il nostro amore perfetto e ideale.
Ma a questo punto bisogna esplicitare il corollario necessario che si accompagna a una teoria del genere: un'utopia per funzionare veramente, non deve mai arrivare alla realizzazione piena.
La pena sarebbe, come accennato prima, la fine della tensione, la fine del senso, insopportabile risultato per i più. Ecco perchè, dunque, mentre una parte di noi, la più evidente – diciamo la parte emersa – spinge con tutte le forze affinché il nostro amore cresca e duri in eterno, l'altra parte di noi, quella più fonda e incomprensibile, lavora alacremente per sabotare il nostro progetto di vita a due.
A modo suo, questa parte oscura, ha una sua saggezza. Ci vuol tenere in vita e in forma.
La soluzione?
Non chiedetela a me, che sto più inguaiato di voi. Forse, una strada sarebbe quella di sbarazzarsi dell'utopia dell'amore e godersi la vita reale a pieno.
Ma su questo non garantirebbe neanche Alberoni. Figuriamoci io.