sabato 26 settembre 2009

Gover (ovvero cover ACDC)


Ascoltando la cover di Creep realizzata da Vasco ( http://www.youtube.com/watch?v=rvUSqNPI6V8) sono incerto tra lo sdegno e lo spirito liberale del mio amico musicista Marco Pollon, che dice: «la musica è arte, ognuno la interpreta al momento, poi sta a noi decidere se ascoltarla o meno...la musica è sempre la musica..e tutto è BLUESSSSSSS» . Certo il testo è banale e anche adattato male alla musica (il na-na-na non si può sentire). Il testo della canzone originale è stato stravolto: il "what the hell am i doing here / i dont belog you" della versione originale è diventato "voglio restare insieme a te ad ogni costo". Se proprio Vasco doveva profanare il tempio dei Radiohead (e a noi in linea di massima le profanazioni, le mescolanze piacciono), poteva fare di più.

Spero solo che ora Baglioni non decida di fare una sua versione di Exit Music (for a film).

Per aggiustarsi la bocca, vi segnalo chi invece riesce a dare interpretazioni eccezionali di pezzi eccezionali:

http://www.youtube.com/watch?v=-bLloLR8GZo


Qui invece una versione dal vivo, ripresa da me medesimo durante il concerto al parco Vystavyste di Praga 23.008.09 (appena appena rovinata nei primi secondi dagli schiamazzi di qualche fesso)


video

Ciau Brad (nel senso di bradipo, non di brad meldhau…)

lunedì 14 settembre 2009

Il barbiere di Chaplin VS Renato Brunetta


C'è un passaggio di un film che mi ossessiona.
Ne "Il grande dittatore", il barbiere interpretato da Chaplin ritorna nel suo quartiere dopo essere stato rinchiuso in un manicomio militare per alcuni anni.
All'epoca della partenza, i nazisti erano un gruppo di esagitati che faceva presa su ampie fasce del popolo. Dopo pochi anni, non solo sono al potere, ma hanno stravolto qualsiasi legge di convivenza democratica. Il barbiere non crede ai suoi occhi. Pensa di essere precipitato dentro a un incredibile scherzo, ma è l'unico intorno a non prendere sul serio le nuove condizioni di vita.
Chaplin usa lo stratagemma dell'assenza di alcuni anni per sostenere un concetto (il concetto che mi ossessiona): vivendo dentro una dittatura che cresce lentamente non si è in grado di distinguere lucidamente le contrazioni di libertà che la società subisce. E quando queste contrazioni ricevono un'impennata impressionante è quasi sempre troppo tardi.
Lo stesso stratagemma viene usato da Roberto Benigni in un famoso sketch del '94 in una trasmissione di Pippo Baudo.
"Sono stato fuori dall'italia per un anno. Ma poi che fine ha fatto quell'imprenditore televisivo lì, Berlusconi, l'amico di Craxi, che si era presentato alle elezioni?" Risposta: E' il nuovo presidente del Consiglio. Risata incredula di Benigni. E Giuliano Ferrara? Ministro ai rapporti col parlamento. Risata. E alla difesa chi ci hanno messo? Previti. Risata. E alla cultura? Sgarbi presidente della commissione cultura. Ma chi, quello che sta sempre in tv a dire parolacce come un indemoniato ? "Dai, Pippo, non scherzare!"

E' la capacità di far passare come ragionevoli affermazioni tabù per una democrazia, che fa di questo governo, in questa fase storica, qualcosa di molto allarmante.
La Gelmini dice: "I professori che fanno politica via dalla scuola!". Sembra un'affermazione degna di dibattito. Ma non lo è. La repubblica nata dalle ceneri del fascismo poneva non a caso tra i diritti inalienabili del cittadino quello all'attività politica. Non a caso, proprio perché per vent'anni questa fondamentale libertà era stata negata a chiunque non si professasse fascista (ed è l'accusa che spesso i liberarli italiani muovono al regime di Castro e al partito unico comunista).
Quando Brunetta con gli occhi spiritati agita il dito e insulta i lavoratori della cultura e li invita a normalizzarsi, altrimenti "Bondi chiude il rubinetto dei finanziamenti", quando lo stesso Brunetta parla di parassiti, ponendo a metro di lavoro serio quello dell'impiegato (come Stalin faceva con il mito dell'operaio), evoca il furore fascista contro la libertà della cultura.
E gli ignoranti in divisa nazista che bruciavano i libri rei di diffondere idee contrarie alle loro.
E però Brunetta sembra ragionevole. Gli sprechi ci sono, è ora di farla finita con i profittatori.
Ma Brunetta non è ragionevole. Esprime il potere che esterna con ferocia una visione della cultura inammissibile in qualsiasi democrazia avanzata: "I soldi per la cultura sono i nostri. Chi non fa la cultura che ci piace e come piace a noi, non avrà soldi, e può andare a mendicare".
Non si tratta di sprechi da tagliare. Si tratta di sprezzo dell'avversario, si tratta dell'uomo col bastone in mano che minaccia e deride chi sta sotto.
A questo punto l'accellerazione improvvisa delle limitazioni di libertà (che si esprime sostanzialmente anche nei tagli all'istruzione e nella demagogia dell'odio razziale e omofobico) è alle porte. Forse è già iniziata.
Ma noi - ahimè - non siamo stati in un manicomio militare in tutti questi anni.

sabato 12 settembre 2009

Er giapponese? Te fa ‘na foto


Ma che c’avrà ‘sto giapponese di tanto buono?

Lo confesso: pur essendo cresciuto negli anni ’80 a botte di cartoni animati giapponesi più che di fighetteria disney, non provo particolare interesse né per il sol levante né per la sua cucina.

Per carità, buono il pesce fresco, leggero e con un moderato apporto i grassi e tutte cose, ma sti cazzi?! Lo so di essere un po’ troppo duro, in fondo i nooddles erano buoni, sono dignitosamente riuscito a mangiarli usando le bacchette e poi questo nome mi ricorda il protagonista di “C’era una volta in America” e quindi la sua amata ballerina (quant’è bella la scena del cantico dei cantici sul retro del ristorante…?!).

Quello che proprio non sopporto è questa fissazione per i ristoranti giapponesi, talmente pandemica che se non sei in grado di parlarne per almeno mezzora rischi di apparire una specie di disadattato. E noi siamo trentenni del terzo millennio e non vogliamo mica apparire dei disadattati. Eccheccazzo.

Tale morbo sembra aver aggredito selvaggiamente le genti lombarde, milanesi in particolare, compresi (con mia sconfortata sorpresa) molti emigranti meridionali. Napoletani e siciliani e milanesi che si sdilinquiscono parlando di sushi, sashimi, wagamomo, tempura… E io che ero rimasto ad Antonio Hinoki, Akira Kurosawa e il grande Tekuro Nakarie (noto dentista nipponico) mi sono dovuto adeguare, per tentare di restare un trentenne brillante con i miei colleghi trasferisti neomilanesi.

Prima sera: Kabuki, uno dei migliori ristoranti giapponesi di Bruxelles :-. Sono insofferente perché invece di rimanere in albergo millantando un mal di testa mi trovo di fronte ad un menù che non capisco,che non mi comunica sapore. Alla fine prendo un barca di sushi-sashimi mix che mi viene servita davvero in un piatto a forma di barca con del fumo bianco che fuoriesce. Mostro di gradire abbastanza, almeno fino a quando non commetto l’errore di assaggiare il wasabi(*). Seguono scene degne del pomodorino di fantozzi.

Nei giorni successivi è stato tutto un parlare della cena e soprattutto si pianificato il secondo appuntamento, solo rimandato a causa della mia ritrosia. Dopo qualche giorno ho dovuto cedere, ero in netta minoranza, tre contro uno, due donne e un uomo contro di me, in piena crisi di astinenza giappo.

Seconda sera: di nuovo kabuki, comincio a prendere le misure all’avversario. Ordino noddles e spiedini di tonno che sono buoni. [Che mi stia convertendo anch’io? Mo che torno a Roma devo far visita al mio esorcista di fiducia…].

Alla fine, ciò che si può trarre da questa triste storia, a parte la paura di rimanere indietro di un trentenne incline alla calvizie, è che con quei prezzi il giapponese è buono solo se a pagare è il pantalone di turno finanziatore della trasferta, anche a Bruxelles.

P.S. tra le due serate sono intercorsi alcuni giorni, in uno dei quali siamo stati al ristorante tailandese. Ma non associate mai il thai con il giapponese davanti ad un milanese, potrebbe impazzire di rabbia.
(*) wasabi: specie di crema di ravanello dal colore verdognolo e dal sapore disgustoso, proibita dalla Convenzione di Ginevra e da altri tredici trattati internazionali.