venerdì 26 giugno 2009

Diario Venezuelano # 4

Fabrica Santa Teresa - el primero ron de Venezuela

Visita guidata alla fabbrica, sembrava una fazenda da telenovela...

Quanto ron (dentro e fuori). La busta ne è una prova. Oltre alla guida turistica che spiegava i cicli di coltivazione della canna (da zucchero) e di distillazione, ci hanno anche fatto delle scenette in costume con la ricca e bella padrona bianca -i fondatori erano tedeschi- e lo schiavo nero-meticcio.

Gradito omaggio, un bicchiere da rum e cola piuttosto grosso, prontamente svuotato (ore 11)

martedì 23 giugno 2009

Sputeranno sulla nostra tomba


Gli amici di Ucuntu, quotidiano online dall'inferno di Catania, fatto di mafia e di tanta tanta rassegnazione, lanciano un appello. Non si parla di mignotte, nemmeno di Gomorra. E' una storia vecchia, e per questo necessita di maggiore attenzione. Ognuno, se lo sente,  faccia la sua parte...



Appello per “I Siciliani”


Dopo l’assassinio mafioso di Giuseppe Fava, il 5 gennaio 1984, i redattori de I Siciliani scelsero di non sbandarsi, di te nere aperto il giornale e di portare avanti per molti anni la cooperativa giornalisti ca fon data dal loro direttore, affrontando un tem po di sacrifici durissimi in nome della lotta alla mafia e della libera informazio ne. Anni di rischi personali, di sti pendi (mai) pagati, di solitudine istitu zionale (non una pagina di pubblici tà per cinque anni!)


22 giugno 2009, di Redazione 

 


Oggi, a un quarto di secolo dalla morte di Fava, alcuni di loro (Graziella Proto, Ele na Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza e Lillo Venezia, membri allora del CdA della cooperativa) rischiano di per dere le loro case per il puntiglio di una sentenza di fal­limento che si presenta - venticinque anni dopo - a reclamare il dovuto sui po veri de biti della cooperati­va. Il precetto di pignoramento è stato già no tificato, senza curarsi d’attendere nemme no la sentenza d’appello. Per pa radosso, il creditore principale, l’Ircac, è un ente re gionale disciolto da anni.

E’ chiaro che non si tratta di vicende perso nali: la redazione de I Siciliani in que gli anni rappresentò molto di più che se stes sa, in un contesto estremamente dif ficile e rischioso. Da soli, quei giovani giornalisti diedero voce udibile e forte alla Sicilia onesta, alle decine di migliaia di siciliani che non si rassegnavano a convivere con la mafia. Il loro torto fu quello di non dar spazio al dolore per la morte del direttore, di non chiudere il giornale, di non accetta re facili e comodi ripieghi professionali ma di andare avanti. Quel torto di coerenza, per il tri­bunale fal limentare vale oggi quasi cen tomila euro, tra interessi, more e spese. Centomila euro che la giustizia catanese, con imbarazzan te ostinazione, pretende adesso di incassa re per mano degli uffi ciali giudiziari.

Ci saranno momenti e luoghi per appro fondire questa vicenda, per scrutarne ra gioni e meccanismi che a noi sfuggono. Adesso c’è da salvare le nostre case: già pi gnorate. Una di queste, per la cronaca, è quella in cui nacque Giuseppe Fava e che adesso, ereditata dai figli, è già finita sotto i sigilli. Un modo per affiancare al prezzo della morte anche quello della beffa. La Fondazione Giuseppe Fava ha aper to un conto corrente (che trovate in bas so) e una sottoscrizione: vi chiediamo di darci il vostro contribuito e di far girare questa ri chiesta. Altrimenti sarà un’altra malinconi ca vittoria della mafia su chi i mafiosi e i loro amici ha continuato a combatterli per un quarto di secolo.

Elena Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza, Graziella Proto, Lillo Venezia

I bonifici vanno fatti sul cc della "Fonda zione Giuseppe Fava" Credito Siciliano, ag. di Cannizzaro, 95021 Acicastello (CT) iban: IT22A0301926122000000557524 causale di ogni bonifico: per "I Siciliani"

lunedì 22 giugno 2009

Diario Venezuelano # 3


Notizie di costume tropicale
Il primo giorno in Venezuela un signore italiano di lunga esperienza latino-americana (lavorativa e non solo a sentir lui) ci ha rivelato il primo e il secondo segreto del Venezuela.

Ci trovavamo in un bar per il pranzo, di fronte ad un elaboratissimo piatto di carne, riso, banana fritta, avocado e altri ingredienti imprecisati quando ha ordinato da bere un beverone a base di frullato misto di frutta esotica, rivelandoci il primo segreto: “In Venezuela si beve poco il vino. O si prende un juco de fruta o il whisky allungato con hielo (ghiaccio, onnipresente) e acqua. Gli uomini soprattutto sono grandi consumatori di whisky, quasi quanto le donne lo sono del silicone”. Risata generale, tranne per l’unica donna presente al tavolo.
Pensavo si trattasse di una battuta, peraltro scontata in ambienti pesantemente maschilisti e spacconi come quello degli expat delle grandi aziende, soprattutto in paesi esotico-tropicali.

Col passare delle ore, ma soprattutto delle donne davanti ai miei occhi, ho capito che non era una battuta ma la pura verità. Per Caracas almeno la metà delle donne che si vedono in giro –ed il conto è largamente prudenziale- sfoggiano delle poppe atomiche degne di Venus, l’amica di Mazinga che sparava le tette come missili. Una roba esagerata, che prescinde o quasi dalla condizione economica e dall’età. Sembra che un intervento costi intorno ai 1500 dollari, per cui molte se lo possono permettere.
Una ragazza venezuelana che abbiamo conosciuto in ufficio (che non sembra coinvolta nella questione) ci ha rivelato un particolare significativo: è usanza diffusa che la famiglia regali alle figlie per i 15 anni un bel paio di tette spaziali, prima ancora di sapere, data l’età, se la pargola ne avrà “bisogno” o se ci avrà pensato madre natura. Così, per portarsi avanti col lavoro e non correre il rischio.
Come pacifiche portaerei con tutto l’arsenale puntato sul mondo, queste donne si aggirano per la città orgogliose, soprattutto degli sguardi attoniti di noi italiani d’esportazione e dell’umanità varia presente.
I venezuelani maschi invece sembrano più impegnati a dimostrare la propria virilità maneggiando armi improprie, quali carte di credito (per i ricchi) o pistole da far west (per i poveri). Entrambi accompagnati –e qui risiede l’unità del paese- da ron o whisky allungato con ghiaccio.


P.S. l’amica Marzipana, che contemporaneamente si trova in Bolivia, mi ha spiegato che in tutto il sudamerica si attribuisce molta importanza al compimento dei 15 anni delle donne, perché rappresenta il raggiungimento della maturità sessuale, della fertilità. Be', allora è tutto chiaro!

(Continua)

giovedì 18 giugno 2009

Diario Venezuelano # 2



Caracas




L’arrivo a Caracas ha un impatto forte indotto da quell che vedi nel tragitto. Non hai l’impressione di arrivare in un altro mondo. Non avverti lo spaesamento di chi è sorpreso nel guardarsi attorno, nel vedere le persone e i paesaggi. Eppure lo avverti subito di essere un corpo estraneo.

A Caracas, come in tutto il mondo ci sono i quartieri ricchi e i barrios popolarissimi. Ci sono i fuoristrada e le fiat palio modificate o le macchine giappo-americane. L’impressione è di vedere una società che aspira a diventare ricca e occidentale ma a modo suo, con i propri simboli e le proprie metastasi. Il disordine, la violenza minacciata si palpano. A Caracas, che conta più di 5 milioni di abitanti si possono arrivare a contare 500 omicidi in un mese.

Da quando sono arrivato non ho fatto altro che pensare a cosa son venuto a fare. Ho sempre sperato di venire in sudamerica ma mai mi sarei aspettato di venirci da alieno, da prigioniero nella gabbia dorata di un albergo di lusso. Il divano da dove vi scrivo è nel soggiornino della mia piccola suite che comprende anche un bagno e una stanza da letto con due letti matrimoniali. Per farci cosa? Boh.

L’impressione ricorrente è di essere un po’ fuori posto in questo angolo coloniale del XXI secolo ma probabilmente è un sentimento autoconsolatorio, un po’ ipocrita.
La speranza di venire nelle americhe del sud per conoscere i popoli più meticci che esistano in questo mondo e cantare con loro era forse un po’ troppo ingenua e classificabile tra le utopie semi-adolescenziali. Mangiare l’avocado a colazione con i suonatori di arpa, però, mi fa un po’ sorridere quasi fosse uno scherzo architettato scientificamente.

Per passare dall’aeroporto alla città bisogna scalare e superare delle montagne. Caracas è coperta da queste montagne nella sua downtown, mentre si estende su di esse nel presepio di slum baraccati cresciuti senza senso apparente. Quelle sono le zone proibite, la zona rossa nella quale nessuno yanqui o presunto tale si può avvicinare. Chissà come si vive lì.
Devo riuscire a stabilire un contatto con persone del posto, magari negli ascensori o alle macchinette del caffè in ufficio, che sono come in Italia ma con un caffè letale.

Tra Chacoa e Las Mercedes invece ci sono le imponenti torri degli uffici. E i ristoranti. E il parco del golf e gli alberghi. Il mondo in cui si aggirano gli spaesati internazionali, fino a quando Chavez non deciderà (se mai lo farà) di trasformare definitivamente la Repubblica Bolivariana nella nuova avanguardia del socialismo. Tra gli occidentali si fa troppa ironia su Hugo Chavez Freite, con colpevole superficialità. Ci si burla dei suoi modi, delle trasmissioni-fiume sulle televisioni nazionali (fino a sei sette ore di monologo in diretta, lo giuro), ma non si fa lo sforzo di capire il perché del grande seguito di cui gode tra la popolazione. Non ho simpatie per lui, in fondo sta preparando il campo alla propria dittatura personale più che al socialismo. Ma vale la pena cercare di capire se anche lui destinato ad un inevitabile senilità da Autunno del Patriarca;o se c’è qualcosa di duraturo in questa semi-democrazia popolare e populista.
Nel frattempo, centinaia di muri della città e lungo le strade sono stati votati alla propaganda chavista mentre le televisioni si esercitano i gare di fedeltà assoluta al presidente.
Per ora quindi non ci ho capito molto di questa città, ve ne sarete accorti. Spero solo di non ripartire tra qualche settimana con l’impressione di aver perso un’occasione.

(Continua)

P.S. la valigia è arrivata ieri, senza problemi. Ho scongiurato il rischio importare in Italia la famosa biancheria intima venezuelana…

mercoledì 17 giugno 2009

Lisbon Story



Lisbona non sarà il Venezuela, ma anche Cipputi durante lo scorso fine settimana ha mosso il culo ed è andato in terra portoghese per qualche giorno.
Io e il compare Aspà siamo finiti in uno degli ostelli migliori d'Europa, secondo il Times, e in effetti era un posto bellissimo, e la sera ci siamo ritrovati ad uscire con lo staff, cuoco incluso, e una trentinta di ospiti.
Lisbona in quei giorni era in festa per Sant'Antonio, patrono della città. Sant'Antonio di Padova, cari i miei sapientoni, infatti è di Lisbona. Si si, è nato lì. E ogni anno la notte tra il 12 eil 13 giugno il quartiere popolare dell'Alfama (una specie di quartieri spagnoli più contorti e senza occasionali ammazzatine) si riempie di persone fino al mattino, che ballano al ritmo di improvvisati sonud system, e gli angoli di strada sono inondati dal fumo e dall'odore delle sardine alla brace, cucinate ovunque.
A Lisbona ci ho fatto l'Erasmus, nel 2001. Nove mesi di onirica scoperta. Tornavo per la prima volta dopo otto anni.
E' stato sorprendente, girando per le strade, accorgermi di come i ricordi mi assalissero. Angoli di strada, portoni, locali, marciapiedi, mi raccontavano di pezzi di vita che avevo perso chissà dove, chissà come. Addirittura passando davanti a una bettola, mi sono ricordato cosa avevo mangiato l'unica volta che ci ero entrato: baccalà con ceci. Poi mi ero sentito male, ma forse non era il baccalà, forse ero io.
Ho anche incontrato un amico spagnolo che aveva fatto l'erasmus con me e dopo ha deciso di restare a Lisbona. Era identico a otto anni prima. Magro e senza capelli. Io: ingrassato e senza più la testa rapata di un tempo. Abbiamo parlato del passato e tanto di presente. Del francese Victor e dell'austriaca Diana, che si sono messi insieme a Lisbona durate quell'anno e l'anno scorso, a cena da Augusto a Trastevere, mi hanno annunciato che aspettavano un bambino. Figlio dell'erasmus. Mentre le storielle diventano figli, i legami eterni scivolano giù per i lavandini e si perdono in mare. A volte va così la vita.
Dentro un tram elettrico, il famoso "28" di legno ed epoche gloriose, che attraversa il centro di Lisbona, ho trovato dei cantanti di Fado, suonando e intonando. Gli avventori del mezzo cantavano in coro il ritornello. Noi turisti facevamo foto. Ho pensato che le tarantelle degli altri sono sempre più verdi.
Al ritorno abbiamo passato una notte all'aeroporto di Malpensa. Dato che era impossibile dormire ho attaccato bottone con una ragazza spagnola vicino a me. Abbiamo parlato tutta la notte nel silenzio squallido della sala d'attesa, mentre le macchinette per lavare i pavimenti passavano avanti e indietro come bisonti assonnati.
Però non è finita come in quel film Hollywoodiano dove lui e lei parlano e parlano e arrivata l'alba si baciano e fanno l'amore. Anche perché tra le prime cose che mi ha detto lei, c'era il giudizio sui ragazzi italiani che pensano che "solo perchè hai voglia di parlare con loro, ci vuoi andare a letto". Io ho sorriso come per dire "maddai! Esiste gentaglia così? Ma davverodavvero??" e ho continuato a guardare le sue foto scattare al concerto di Lenny Kravitz.
La ragazza aveva due enormi valigioni. Tornava nelle Canarie dopo nove mesi di erasmus a Rimini (si lo so, neanch'io sapevo che esistesse un'università in quel postaccio). Era il suo viaggio di ritorno. Mi sono rivisto in lei che tornavo in Italia (di spalle che partivo, direbbe Fda). E mi è sembrato che in quest'ultimo viaggio di qualche giorno sono andato a incontrare il mio passato.
Pezzi del mio passato frullati e bevuti. I migliori, of course. Che i peggiori li ho ancora incastrati tra i denti.

Diario Venezuelano - 0


Quando voli a più di 12000 metri di altezza sono due le cose che ti colpiscono: la sensazione di essere fermo, quasi sospeso in aria, soprattutto se sorvoli un oceano punteggiato di nuvole; e il colore del cielo sopra le nuvole.
La vecchia canzone recitava “il cielo è blu sopra le nuvole” ma mentiva. Anzi, in presenza di una luce abbacinante il cielo, in alto in alto, sembra virare dall’azzurro classico ad una versione ingrigita, scura, quasi voglia anticipare oscurità superiori.
Ma al di la di queste stupidaggini, la domanda che mi ha perseguitato durante questo viaggio è: ma quanto cazzo mangiano ‘sti tedeschi di business class?! Ma neanche a casa di mia madre per pasqua si mangia in queto modo!
Elenchiamo il menu per 10 ore di traslvolata:
- Colazione ricca (compreso prosciutto e formaggio);
- Solatini e bicchiere di vino (vini tedeschi improbabili, francesi rinomati ed un unico vino italiano: negramaro cantina due palme);
- Vitello con una salsina e con insalata e ortaggi grigliati;
- Sformatine di formaggio;
- Dolce;
- Sandwich a merenda;
- Alle 7 ora di Cermania, cena con sformato di patate e asparagi, accompagnato da un pasticcino con crema e altro vino;
Praticamente, una delle sette fatiche di Asterix e Obelix da portare a termine.

Poi – la verità – mi sembrava da maleducati rifiutare; le hostess erano così gentili, nonostante la vicinanza con la menopausa.
Ad ogni modo, il giapponese accanto a me ha rischiato seriamente il coma etilico, dopo aver bevuto 6-7 bicchier di vino a pranzo (red italian wine, of corse) e tre birre per cena. Tra i pasti grassa pennichella con sedile completamente steso, cadendo in completa catalessi. Io invece mi sono consolato vedendo: grantorino, una puntata del dr. House e un documentario sulla vera identità di Cristoforo Colombo.
[…] Mancano 40 minuti all’atterraggio. Chissà come sarà Caracas e se davvero è giustificato il terrorismo psicologico sulla sicurezza della città (magari sono sotto elezioni…).

[…] È un attimo prima di scendere nel nuovo mondo per la prima volta, accolti da persone con la mascherina che distribuiscono un questionario di prevenzione della febbre suina. È u attimo, pochi minuti invero, in cui sono convinto che tutto sia andato per il meglio.
E invece già pochi minuti dopo l’arrivo mi rendo conto che la mia valigia non esce dal tapis roulant dei bagagli. È un susseguirsi di parolacce strozzate in gola nel mezzo di un aeroporto dall’altro capo del mondo, quando invece tutti i miei compagni di viaggio già stringono le loro strazze tra le mani.
Mi sento una merda perseguitata dal fato. Arrivo in albergo con un solo cambio di mutande (la valigia dispersa è quella della biancheria). Mi faccio la doccia e biasimo il cielo.
Passerà, mi dico, domani la ritroverò. Sono nel nuovo mondo e non posso farmi rovinare tutto da una valigia di melma.

(continua)

P.S. lo so, non ve l’ho detto prima: sono stato spedito per tre settimane in Venezuela per lavoro. Ho accettato la proposta nel giro di 10 secondi e in 5 giorni ho preparato il tutto. Sono quasi sorpreso di me stesso, se penso al mio proverbiale culo di piombo.

lunedì 8 giugno 2009

"E son contento!"

Vabbè dai... il commento sulle elezioni europee non mi va proprio di farlo...
Diciamo che come Gassman-pugile suonato ne "I Mostri", seppure tumefatti, stavolta siamo contenti di non essere stati uccisi.
Oh... sono soddisfazioni.

mercoledì 3 giugno 2009

Sogno di una sera anteprima estate



Facciamo un bell’applauso al soleeee!

Il compleanno è una di quelle cose che devi prendere di petto: o decidi di festeggiarlo e ti immergi nell’organizzazione; oppure fai di tutto per dimenticarlo, per esempio trascorrendolo in viaggio, con un risvolto quasi letterario.

Se invece sei bradipo ma bradiposociale, ti riduci a organizzare tutto all’ultimo momento. Esatto, così.

Senza portarla per le lunghe (vecchio vizio familiare), i festeggiamenti sono stati una specie di festa patronale: processione, bancarelle e fuochi.

Processione nei dintorni di piazza Navona, in compagnia di Mirko Fukinic e di tanta romanità, durante la quale sono stato duramente insultato per aver ordinato un negroni (“Se bevi il negroni dopo le nove sei proprio uno stronzo!”, parola di parione con spilla di lenin appuntata sul gilet).

Sabato festeggiamenti casalinghi con prova del cuoco ampiamente superata (non da me), ricchi premi e cotillon. Alla fine ero stremato ma soddisfatto.

Poi arriva domenica e con essa l’ultima tappa del triduo-festeggiamento: l’aperitivo sulla spiaggia in un noto stabilimento del litorale capitolino, dal nome esotico, dove tutti sono convinti di andare a trovare il beau monde della capitale, mentre ci sono sempre i soliti, solo in camicia bianca e infradito.

L’appuntamento è con colleghe e colleghi già ben cotti dal sole e da alcune caraffe di monito, tutti galvanizzati dallo strato di salsedine che ormai li ricopre. Io faccio il mio: bottiglia di spumante rituale, brocca mojitica, sorrisi e qualche canzone, mentre di sottecchi guardo la fauna della spiaggia.
È un’anteprima d’estate, non so se sono preparato all’impatto.

Ma mentre la tensione sale e il testosterone supera il livello di allerta 3, accade quel piccolo particolare che ti fa capire che la vita non è una cosa seria, per nulla.

A un certo punto, mentre il sole all’orizzonte tocca il mare sento un rumoroso gong alle mie spalle seguito da applausi scroscianti, una standing ovation figlia di un neo-sciamanesimo alla vaccinara.

È l’applauso al soleeee!”, sento dire alle mie spalle.

Sono commosso, mi abbandono sui teli bianchi stesi sulla sabbia e bevo dalla cannuccia lunga un metro conficcata in quel che resta del monito da due litri.

Quali altre avventure ci aspettano in questa torrida estate?